venerdì 1 settembre 2023

Operazione di massima sicurezza

Un'operazione di massima sicurezza: Salvate Baby 

Dedicato a chi vuol scappare per cambiare vita


Aeroporto militare di Roma.
Ore 4.00 del mattino.
Anno 2037.
Giorno imprecisato.
Operazione top secret di massima sicurezza. 
Nome in codice: Operazione Baby.


Si alzano due elicotteri con a bordo 20 soldati del Servizio di Sicurezza Civile. Super-addestrati per operazioni speciali ad alta velocità. Solo 4 minuti di tempo questa volta. Oltre, scoppierebbe il finimondo. 
Direzione Napoli. 
Gli elicotteri sono equipaggiati con artiglieria a infrarossi ad alta precisione. Computer di bordo che rivela, con telecamere termografiche, gli spostamenti di umani all’interno di edifici. 

Nel frattempo quattro furgoni blindati e invisibili alle intercettazioni radar, sono partiti alla volta di località ignota nel napoletano. 
Piloti automatici conducono i furgoni. Programmati in massima segretezza dal sistema di sicurezza del S.S.C. (Servizio di Sicurezza Civile).
A bordo ci sono sessanta tiratori scelti. Tutti esperti di arti marziali e tecniche di autodifesa da guerriglia urbana. 

I furgoni arrivano in prossimità dell’obiettivo. Sono silenziosi perché funzionano a batteria. 
A 200 metri dall’obiettivo i tiratori scelti, in tute ignifughe e anti-proiettili, scendono dai furgoni per avvicinarsi all’obiettivo. 
Circondano man mano alcuni edifici della zona ad anelli concentrici. Dagli oculari elettronici degli elmetti comunicano alla centrale la loro distanza dall’ingresso di un edificio. 
Alcuni tengono sotto tiro tutti gli accessi dei palazzi vicini: finestre, balconi, portoni di ingresso, tombini. 
«Ce l’ho» è quel che ripetono ognuno di loro nel momento in cui puntano tutti gli accessi. 
Sessanta «ce l’ho» che il computer della centrale rileva anche se detto simultaneamente da tutti. 
Arriva il comando per l’inizio dell’operazione: «ORA!!!». 

Lungo delle cime scivolano dagli elicotteri i tipi del S.S.C. raggiungendo il tetto dell’edificio X. Alcuni fanno irruzione in alcune finestre di un’abitazione sfondando con i piedi i vetri. I primi rumori. Quello dei vetri infranti. 
Si accendono nell’isolato delle fotoelettriche che illuminano le facciate dei palazzi. Dai tombini scoppiano delle mine. 
Il gruppo di terra stringe ancor di più ad anello gli edifici presi di mira per intercettare gli abitanti “para-militari”. 

Stacco. Interno di abitazione. 
Quelli del S.S.C. entrati nell’abitazione X, svegliano la famiglia. Uno di loro si rivolge alla donna che è prima ad essere in piedi: 

«È lei la signora M.A.?» 
«Dio Dio mio!!! Chi siete? Che volete?» 
«Non faccia domande, siamo qui per salvarla e non c’è tempo. È lei?» 
«Sì» 
«Lei ha chiesto al Presidente di essere trasferita da qui con sua figlia oggetto di stupri. Questo è l’unico modo per farlo. Riunisca i suoi familiari, il minimo indispensabile che le serve e ci segua» 
«Dio Dio mio…» 
«Stia calma, andrà tutto bene» 
«Giggino!!! Prendi Giggino!!!», urla la donna alla ragazzina indicando il cagnolino che abbaia correndo per la casa.

Nel frattempo fuori è scoppiata una guerriglia. Piovono granate sul gruppo di terra. Mine che continuano a scoppiare dai tombini e dalle aiuole. I tiratori scelti mirano alle braccia e alle gambe dei dinamitardi. Nessun morto… 
Madre, figlia e cane vengono rifugiate in una capsula anti-proiettili legata a un elicottero. «Tirare!!!» ordina il militare. La capsula viene issata mentre da terra qualcuno spara su di essa e agli elicotteri che hanno dispositivi che neutralizzano i colpi. 

«LIBERARE LA ZONA!!!» è il comando che viene dato agli elicotteri e al gruppo di terra.

In lontananza si sentono sirene di ambulanze in arrivo. Braccia e gambe andranno curate in ospedale. Tutti i feriti piantonati 24 H fuori i reparti. 
Poi ci penserà la giustizia a loro. Tempo dell’operazione da «ORA!!!» a «LIBERATE LA ZONA»: 4 minuti esatti. 
Solo 20 feriti tra i "civili". Nessun morto.

M.A. e la figlia, dopo aver stazionato 48 ore in un commissariato per ascoltare la loro storia e raccogliere testimonianze, furono messe in sicurezza in località segreta sotto altra identità. 
La ragazza ebbe supporto psicologico per alcuni anni, studiò, vinse una borsa di studio come ricercatrice. Si sposò. 
Oggi vive felice con un bravo marito e due figli. 

Il rione X fu raso al suolo e ricostruito ex novo con nuovi impianti sportivi, laboratori didattici di fotografia, musica, teatro…, biblioteca e centri di supporto psicologico, sanitario gratuiti: tutto sponsorizzato da aziende eco-sostenibili. 
Gli abitanti pentiti e testimoni di legge, furono reintegrati lavorando per le suddette aziende. Sotto stretta vigilanza.

Altri stanno in carceri di massima sicurezza a scontare le loro pene.

© Marco Maraviglia

giovedì 27 febbraio 2020

Questa è un'esercitazione? Coronavirus e dintorni sociali...



Sembra un'esercitazione...

Verificare il livello di ubbidienza e i tipi di reazione dei popoli per studiare nuove strategie di paura e capire fin dove spingersi reprimendo normali attività sociali.

O forse anche per disgregare i popoli, "fabbricare" nuove modalità di rapporti umani interpersonali.
Perché poi l'abitudine a non salutarsi più col bacetto sulla guancia, in fondo, crea un po' di distacco umanamente. No?!


Probabilmente invece, saranno scritte nuove leggi che sanzioneranno duramente i media e gli utenti dei social in caso di allarmismi.

Tutto ciò sarà probabilmente materiale per tesi di laurea per i prossimi 20 anni.

Io ricordo quando a casa eravamo tutti influenzati e il bollettino dei febbroni a 42° correva sul filo del telefono da zie a colleghi di ufficio dei miei e gli unici due canali RAI esistenti manco ne parlavano.

Ma oggi va preservata l'economia, l'efficienza dei servizi e delle infrastrutture e se dovessimo beccarci improvvisamente tutti questa cazza di influenza, salterebbe tutto.
Produrremmo meno CO2 ma sticazzi troveremmo merce perché anche gli autotrasportatori starebbero chiusi in casa.

Intanto la psicosi ha preso anche chi non ha il coraggio di dire agli amici che sta chiuso in casa per sintomi influenzali.
Compleanni che non vengono più festeggiati...
Il trasferimento di cultura e conoscenza si è bloccato con scuole chiuse anche a Napoli e qualche museo nelle zone rosse.

Forse è stato tutto pompato a dismisura. Perché probabilmente mancava qualche altra notizia che colpisse l'immaginario morboso che tanto tira le masse e quindi audience=incassi pubblicitari.

Sembra di vivere l'Era del Forse in cui tutti dicono il contrario di tutto e solo i propri strumenti filo-logici ti riparano dalle incertezze, dalle cazzate riconoscendo le mezze verità.

ziomarco favolosi quegli anni '70 con tutta la famiglia a letto

lunedì 26 agosto 2019

Turisti tristi

Requiem del turismo esperienziale


turisti nei giardini inglesi a Capri
Penso che fare il turista in una città d'arte (ma anche no) sia una delle attività più belle ma complicate che ci possano essere.
Li ho osservati, i turisti, e credo spendono inutilmente i loro soldi.
Molti di loro seguono una guida cartacea e sembra che il loro compito sia quello di andare in un posto per dire poi che ci sono stati con fotina che ne comprovi la loro presenza (leggi selfie).
Molti di loro sarebbe meglio che se ne stiano su un'attrezzato e affollato lido balneare armeggiando uno smartphone e in compagnia di una frittata di maccheroni.
Per molti di loro la curiosità è pari a zero.
Non è colpa loro, ma di un sistema educativo che non sollecita certi interessi e la curiosità.
Ma attenzione, la cosa non riguarda solo gli italiani, quelli con borraccetta vintage a tracolla, voce alta nei musei e scappellotto al figlio anche se non ha fatto nulla di male.
Il viaggiatore appassionato lo riconosci perché è da solo o al massimo in coppia.
Lo vedi a un tavolino di un bar con Moleskine e city-map, al mattino presto.
Si ferma per oltre 10" davanti a un quadro in un museo.
Fotografa, disegna, prende appunti, osserva a 360°x360° (visione sferica) e fa domande alla gente del posto.
Lo so, non siamo ai tempi del Gran Tour dove intellettuali di mezza Europa viaggiavano come veri e propri esploratori, cercando di entrare in contatto con la gente del posto facendo del loro viaggio un'esperienza da condividere.
Anche perché oggi la gente del posto non è tanto disponibile a intrattenersi coi tempi di una volta per trasferire esperienze, storia, cultura della propria città. Pensa piuttosto a vendergli qualcosa. Null'altro.
Avremo sempre meno autori di libri come Viaggio in Italia di Goethe o Pensieri sull'arte di Giovanni Duprè.








martedì 31 luglio 2018

Algarve

© Tutti i diritti riservati
C’era il cielo azzurro e nessuna nuvola per 7gg.
La media di un misto di pesce costava 10,00 euro. Porzione abbondante anche per due, per chi è abituato a mangiare poco.
Pesce con gli occhi scuri. Freschissimi.

Il sole picchiava in testa per le strade nelle varie cittadine dove si passeggiava ma non te ne accorgevi fin quando la sera rientravi con la testa tossa.
Perché il vento era fresco. Al sole si stava bene. All’ombra anche di giorno potevi sentire un po’ troppo fresco.
Era l’oceano che portava l’aria a 7-10° di temperatura meno che qui a Napoli.


Ho visto spazzini che con le scope tiravano fuori tra un sanpietrino e l'altro, le cicche di sigaretta alle 8 del mattino.
Nessuna auto sparava gas di scarico.
In tutte le stradine, ma anche nelle principali, sanpietrini messi a regola d’arte.
Le auto rallentavano 20 metri prima per far passare i pedoni.


Nei vicoli fuori il centro storico la sera tardi passeggiavano le donne sole senza che nessuno le importunasse.
Ho visto chi lasciava borsa o zainetto incustodito sulla sedia del bar per andare a fare pipì.
Un caffè al tavolino dove potevi starci quanto volevi, costava 60 centesimi. Al massimo 0,80 euro. Aromatico. Ottimo per chi è abituato a berlo amaro.


Le spiagge non erano attrezzate con lettini ed ombrelloni. Selvaggezza pura. Distese di sabbia a perdita d’occhio e rocce rosse.
Il mare, grande risorsa economica del luogo.
Chioschi dove fare il biglietto per farti portare con un gommone o un traghetto sulle spiagge o nelle grotte.
Quelli sì, erano organizzatissimi. Se il traghetto non aveva più posti a sedere ti facevano partire con quello successivo. Ma ti avvisavano prima.
E poi... e poi in piccolissime cittadine mai visto tanto diporto. A vela e motore.


Ho visto tante coppie miste e credo che il razzismo da quelle parti non esista.
La sera lo struscio come se ti trovassi nelle isole del Mediterraneo. Gli italiani li riconoscevi dal tono di voce più alto.
In alcune cittadine, giocolieri, musicisti e saltimbanchi pagati dai comuni.
Treni e autobus che collegavano tutta la costa con precisione svizzera. Poi, sì, poteva capitare che quel povero cavallo aveva deciso forse di suicidarsi fermandosi sui binari e faceva saltare tutte le tabelle di marcia.
Gli autobus a lunga tratta “ovviamente” col wi-fi free a bordo


Paesi-fantasma di giorno che si ravvivavano dal pomeriggio.
Musei piccoli, ma dignitosamente allestiti, con ingresso a 2,00 euro.
Architetture a cavallo tra le case cubane, greche e messicane.
Ovunque entravi ti salutavano.
Ci si capiva ovunque con l’inglese, in italiano e anche a gesti.


Viaggiare non fa tanto bene.
Perché non fa bene quando ritorni e ti accorgi che devi riabituarti a un’altra realtà.


Ziomarco turista ad Algarve, Portogallo.







martedì 14 marzo 2017

LA TORTURA 2.0 AI TEMPI DELLA CENSURA DI FACEBOOK

Per 24 ore eravate nel mio mondo ma io ero senza diritto di parola.

Credo che sia l’ultima trovata di Facebook: ti blocca ma puoi scrollare la bacheca, puoi leggere tutto di tutti, puoi entrare a dare un’occhiata nei gruppi e sulle pagine… ma ti si impedisce di scrivere commenti. Non puoi nemmeno cliccare un like.

Costretto a restare muto. Come in certi coma di cui si racconta che il paziente è totalmente cosciente di ciò che gli accade intorno ma non ha capacità reattive se non una lacrima che gli scende sul volto.
Come una nuova tortura virtuale. La tortura 2.0.

Il motivo della punizione? Una roba che credevo fosse finita lì: mi era stata rimossa una foto fatta alla mostra di Helmut Newton ma a distanza di qualche giorno mi sono ritrovato anche sbattuto fuori. In castigo. Nuovo accesso, nuova password, nuovo codice di sicurezza e poi la schermata di foto (mie) di cui dovevo spuntare quelle che non rispettavano gli standard della piattaforma. “Tutte caste, niente tette, niente violenza”, mi dico e quindi non spunto nulla e vado avanti.

Ma ecco la sorpresa appena rientro su Facebook… non posso scrivere il mio status del giorno. Come se qualcuno mi impedisse di scrivere sul mio diario personale che tengo nel cassetto della scrivania.
Non posso commentare i post degli amici. Non posso cliccare nemmeno un like.
Non ho più diritto di parola. Per 24 ore, mi dice Facebook.
E chi le decide le 24 ore?
Ma chi sei tu che mi impedisci di esprimermi?

Ma il problema non è solo questo.
Non posso rispondere ai commenti sui miei post e per chi non sa del castigo impostomi immagino che potrebbe pensare che sia un codardo o uno scostumato che si è dileguato. Nelle migliori delle ipotesi.
Per chi gestisce il proprio brand anche sui social è un danno non da poco apparire come uno che pianta in asso decine, centinaia, migliaia di followers.
Stranamente Messenger funziona e quindi qualcosa in privato l’ho potuto comunicare.

Cosa inquietante è la censura preventiva di Facebook.
Se un utente posta in un tuo gruppo qualcosa che Facebook individua subito come "fuori regole", ti arriva in tempo reale una notifica: "segnalazione automatica".
Come possa farlo è spiegato qui.

Ma il problema non è solo questo.
Io se voglio chiacchierare con qualcuno, sono uno di quei fortunati che in piena autonomia può uscire di casa per incontrare qualche amico.
Immaginate invece se fossi stato un paraplegico, un disabile o un anziano costretto ad avere come unico contatto col mondo esterno questo Facebook.
“Eh”, mi direste, “la prossima volta non posti una foto di tette e culi”. Non è una risposta giusta perché anche se pubblico la Venere Callipigia o il Nettuno di Piazza Maggiore a Bologna potrei incappare nella censura senza saperlo.

Ma c’è dell’altro… Facebook ti avvisa che se continui a postare foto contro i suoi standard, ti blocca poi in maniera permanente. Ma non ti offre uno strumento per testare preventivamente una foto prima di postarla.
Quindi devi stare veramente attento se sei un appassionato di arte perché c'è il rischio di essere censurato caricando un nudo di Canova o una foto di Robert Mapplethorpe.
E se lo fai ancora e poi ancora, sei bannato definitivamente; hai la fucilazione digitale, diventi un cadavere virtuale.  Ma Facebook non ti dice quante possibilità di "sopravvivere" hai ancora, non ti dice quante volte hai sbagliato e quante altre te ne restano. C'è probabilmente chi decide sommariamente di uccidere senza giusto processo. Fascismo 2.0.

Ma io non voglio stare attento a queste cazzate. A 53 anni credo di saper bene a cosa veramente bisognerebbe stare attenti e certe costrizioni me le fanno girare.

Ecco, volevo soltanto dirvi che Facebook sta culturalmente ammalando una parte della nostra civiltà.
Impedire di divulgare l'arte attraverso immagini di Helmut Newton o i nudi di Corbet, Manet, Goya o le sculture greche lasciando aperti gruppi e pagine che istigano al nazismo, non fa bene.
No, non fa assolutamente bene.


domenica 14 agosto 2016

Qualità della vita a Vienna. Anche per poveri

La mattina uscivo fuori casa per due tiri di pipa.

Di fronte c'era il Sozialmarkt dove entrava la parte povera della città per acquistare generi alimentari in scadenza o anche già scaduti.
Persone che dignitosamente tiravano il proprio carrellino e che probabilmente non avevano nemmeno un lavoro.
Ed io mi chiedevo come fosse possibile che in una città in cui respiri il benessere, potesse esserci la povertà.
Ma anche quello che vedevo era ‪#‎qualitàdellavita‬ perché un bidet non è tutto.

- dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -

Le mappe di Vienna

Ovunque andavi c'erano mappe.

Non potevi avere il piacere di perderti o attivare il GPS.
Anche i musei avevano le loro mappe.
Cercavo di ricordare se avessi mai visto una mappa del complesso di Capodimonte o della Villa Comunale che mi spiegasse cos'è quel mausoleo o quel pozzo...

- dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -

Come riparano le strade a Vienna

Davanti al supermercato dove andavamo stavano riparando una strada.
Io restavo fuori al supermercato ad ammirare uno spettacolo mai visto in vita mia.


Operai in divisa, con giubbetto giallo ed elmetto che sembravano più chirurghi ed ingegneri che operai.

Tre giorni per riparare un pezzo di strada di circa 6x3m.
Non era una buca, ma semplicemente c'era stato un avvallamento e, per una città dove molti sono abituati ad andare in bici, un avvallamento della strada è di una gravità inaudita.

In quei 3gg capii perché alcune strade erano asfaltate a rettangoli.
Con precisione maniacale si incideva un perimetro rettangolare con 10cm di profondità, poi si scavava per rimuovere la parte "malata" della strada, poi uno strato di ghiaia grossa e poi una prima colata di asfalto grosso lasciando ca. 5cm di vuoto in superficie.

All'asciugatura di quello strato di asfalto grosso, si disponeva una guaina di gomma bitumata lungo tutto il perimetro del rettangolo e poi la colata finale di asfalto fine. L'operazione successiva consisteva nel livellamento al resto della strada controllato con assi di legno affinché il tutto fosse stato messo in posa alla stessa altezza.

La guaina perimetrale serviva evidentemente ad ammortizzare le dilatazioni termiche tra il rattoppo nuovo e la parte di strada "vecchia".
Ma non chiamiamolo "rattoppo" perché alla fine la strada era come nuova e per chissà quanto avrebbe resistito.

Sai, non è come in certi luoghi a noi noti dove le riparazioni delle strade vengono eseguite quando si è arrivati alla buca e su questa si fa direttamente un'altra colata di asfalto senza rimuovere la parte malata e irrobustendola preventivamente.

- dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -

‪#‎Vienna‬ ‪#‎Wien‬

L'inceneritore di Hundertwasser a Vienna

Come quei militari che dipingono Topolino e Paperino sui caccia o sulle bombe stesse, l'inceneritore di Vienna mi fa lo stesso effetto: un'arma colorata che sembra voglia abbindolare l'osservatore.

Io sono contro gli inceneritori.
Perché anche se esistesse un'altissima tecnologia che eviterebbe l'emissione di nano-particelle, sono per il recupero dei rifiuti, per gli imballaggi bio-degradabili, per la produzione di materiali eco-sostenibili.
Compostaggio, Trattamento Meccanico Biologico, ArrowBio, riciclaggio...


Mi spiace Mr. Hundertwasser... tu che eri un artista ecologista, quella volta ti fregarono. O fregasti noi visto che eri amico dell'Amministrazione?

- dagli appunti viennesi di Marco Maraviglia -

‪#‎Vienna‬ ‪#‎inceneritore‬ ‪#‎Hundertwasser‬

Architetture viennesi e spazi per i musei

Una delle cose che più mi ha colpito è la contaminazione di architetture di epoche diverse.

Per tutta la città vi sono palazzi storici affiancati da altri moderni che spesso hanno vetrate che riflettono i primi, quasi a voler marcare la simbiosi tra gli uni e gli altri.

Quando a Parigi si costruì la piramide nel piazzale del Louvre, si gridò allo scandalo.
L'effetto di contrasto che vidi del Pompidou innanzi a vecchi palazzi parigini mi lasciò perplesso...

Poi penso... in fondo di chi sono le città se non di chi le abita?
Man mano che cambiano le epoche, noi cambiamo look, adattiamo il nostro stile nel vestirci.
Sono scelte a volte dolorose perché magari siamo affezionati a quel maglione ma che indossandolo oggi ci porrebbe fuori contesto con i relativi risvolti sociali.

Nel Quartiere dei Musei ci sono due blocchi monolitici che prendono spazio nello slargo del complesso: il Mudok e il Leopoldum.
Forse per noi sarebbe inimmaginabile vedere un edificio minimal davanti l'ingresso del Palazzo Reale in p.zza Plebiscito o a p.zza Dante.

Stesso io, in tal caso, potrei essere uno dei contestatori, ma intanto... le città respirano. Le civiltà crescono, si rinnovano, divengono sempre più multiculturali, multietniche ed aumenta così la roba da catalogare, conservare, mostrare.
Occorreranno sempre più spazi museali.
E dove mettere tutta la roba che verrà?

Chi ha smantellato le tipografie, chi possiede archivi, chi colleziona calendari o migliaia di cartoline storiche di Napoli, chi possiede collezioni di artisti contemporanei (al momento sconosciuti)... dove andrà custodita tutta questa roba per non perderla e metterla a sistema per i viaggiatori del futuro?

Qui o si pensa sul serio a destinare Palazzo Fuga a un tosto processo di musealizzazione o saremo probabilmente costretti a vedere nuovi edifici costruiti in spazi non condivisibili dai cittadini.
O dovremo rinunciare alle nostre tracce di civiltà.

- dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -
La maggior parte delle stazioni della metro, avevano le pareti ricoperte da monitor a filo di parete che trasmettevano spot pubblicitari.
Tornelli inesistenti, solo macchinette per obliterare i biglietti.


Del resto il senso di fiducia verso i cittadini lo si vedeva anche dalle buste presenti ad alcuni pali che contenevano i quotidiani e che chiunque poteva fregarselo senza inserire i 2,50 euro nell'apposita macchinetta.

Alla stazione del Prater c'era questa leggera "opera" d'arte che richiamava il il gioco e divertimento del parco. Quello della ruota panoramica, per intenderci. Ma il Prater non era solo la ruota.

L'istinto partenopeo di correre per prendere la metro al volo non riuscimmo a contenerlo per tutta la durata del soggiorno. Eppure passava ogni 5' e i display sulle banchine segnavano anche l'arrivo del treno successivo.

L'interno delle carrozze avevano tutte un display che indicavano la direzione (Piscinola o Garibaldi, per intenderci) e indicavano con una freccia luminosa il lato da cui uscire. In prossimità della fermata successiva, sugli stessi display ne compariva il nome.

Su ogni porta la tabella luminosa con tutta la rete delle 6 "U" (le sei linee metropolitane).
Forse i ciechi erano un po' penalizzati usando la metro anche se in alcune stazioni dei led a terra indicavano che non bisognava ostruire i loro percorsi.
Anche se tutti i semafori nelle strade indicavano con un ticchettìo più rapido che potevano attraversare la strada.

Se i controllori trovavano chi non aveva il biglietto, prima di fare la multa chiamavano la polizei. Tolleranza zero.
Perché era inammissibile non fare il biglietto visto che tutti i distributori automatici funzionavano e con istruzioni in quattro lingue. Italiano compreso.

Il biglietto giornaliero?
Era veramente giornaliero. Nel senso che durava 24h dal momento che lo obliteravi, ma potevi fare anche quello da 48h o anche da 72h con un buon abbattimento sul costo.

Perdonatemi la battuta ma mi giunge dal cuore: ‪#‎ciaonestazioneToledo‬

- dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -

Ai Weiwei in mostra a Vienna. Foto libere nei musei

Con un "banner" così non ti può sfuggire una mostra.
Anche se non la cerchi.


E ti ritrovi in una dimensione a cavallo tra le scenografie di spazi aperti di Wim Wenders e una specie di capannone dove hai modo di vedere a sorpresa Dynamik!, la mostra di arte cinetica in cui, ovviamente, spiccano gli italiani con le loro opere.
E Ai Weiwei mi resta in secondo piano nonostante ne ammiri la sua dissidenza.

Per me l'arte deve essere un gioco, bisogna interagirci e trovandomi davanti a un pannello spento che per 30" non si attivava, cercai l'interruttore e lo pigiai per vedere. Ed ecco che spunta il guardiano che sputa qualche parola in tedesco incazzoso che mi fa capire che dovevo aspettare ancora per vedere l'opera in movimento.

E poi al piano superiore del 21er, dopo aver scattato decine di foto, finalmente mi beccano dicendomi che non era consentito farle.

Sono record questi di cui non so se andarne fiero. Sì perché nella stessa mattinata al Museo Belvedere, dopo aver scattato la prima foto nella sala medievale, un altro guardiano che mi fa "mi dispiace... mi dispiace"...
Tre cazzeate in un giorno nei musei non è da poco :)

Le "foto libere" divulgano conoscenza e promuovono i luoghi da visitare.
Cambiate le leggi come il buon Massimo Bray ha fatto fare in Italia!!!
O resterò comunque un fuorilegge.

- dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -

Hundertwasser Haus... Case popolari. E a Napoli?

Non è Edenlandia.
Nemmeno Disneyland.
Sono case popolari assegnate agli artisti dal Comune di Vienna a 5,00 euro/mq.


Friedensreich Hundertwasser era un visionario, un "Impossible man".
Un artista che in tandem con alcuni architetti ha realizzato le sue visioni dove l'uomo doveva essere necessariamente in rapporto armonioso con la natura.
Non molti lo conoscono.

Lui era l'uomo delle curve, degli spigoli smussati, delle "finestre libere".
Nessuna finestra doveva essere identica all'altra.
La bellezza non sempre è perfezione aristotelica, geometria; l'armonia può esserci anche nella libertà delle forme, delle linee, dei colori.

Se F.L. Wright costruì la casa sulla cascata per armonizzarsi col suono scrosciante, se il genio Antoni Gaudì fu un anticipatore di questo genere ma al servizio del mecenate Guell, se l'artista Cesar Manrique pose dei vincoli paesaggistici per Lanzarote tuttora rispettati, Hundertwasser mise a disposizione della collettività la sua immaginazione.

Stare tre ore davanti questo edificio è stato come una seduta di yoga di 24 ore. Lì dove tutto è curvo, smussato e colorato, la tensione si smorza.

Non è difficile, non è impossibile.
Immagino il quartiere Traiano di Napoli trasformato così.
A Vienna non c'è il bidet ma la qualità della vita non è solo un bidet.
Largo agli artisti.

- Dagli appunti di viaggio viennesi di Marco Maraviglia -

domenica 6 settembre 2015

IL MUSEO DI CAPODIMONTE PER #museiaperti: MUSEO CHIUSO...

Museo di Capodimonte ‪#‎museiaperti‬ ma #museochiuso

È sempre bello incrociare un politico in queste occasioni, specie se è in incognito, specie se senza scorta, specie se puoi scambiarci una battuta.
Non è importante per me il colore di appartenenza di una persona che visita un museo italiano ma la buona volontà.


Allora...
Museo di Capodimonte.
Oggi era visitabile solo il III piano ma gli spazi della mostra di Vincenzo Gemito (che fortunatamente avevo già visto) e tutta la Galleria Napoletana (la Flagellazione del Caravaggio, il polittico "Storie della Passione" ed altre cose), erano interdetti per un problema tecnico all'aria condizionata.
Almeno così hanno detto i custodi.

TEMPERATURA
Alta. La prossima volta mi porto un "termometro" ma secondo me si stava prossimi ai 28°.

WI-FI
Libero. Gratis. Ma con bassissima copertura. In alcune zone del tutto assente.

BAMBINI
Non credo di essere un fascista che odia i bambini, ma alcuni dovrebbero essere tenuti legati al guinzaglio e con museruola.
Un amico che lavora lì come custode mi ha fatto notare alcune decorazioni ligneee di tavolini del '700 divelti da ragazzini.

LUCE
Sostituirei le tende dei balconi con altre di colore nero perché troppi dipinti non si riescono a vedere frontalmente senza riflessi.

FLASH CODE
Reclamo ormai da anni l'assenza dei QR code sulle targhette didascaliche per approfondirne in tempo reale i contenuti. Eppure... che ce vò?!!

SEGNALETICA
All'ingresso, varcando il cancello del palazzo, un totem con testo chiaro su fondo scuro.
Sai io dove li metterei questi totem?

BOOKSHOP
La solita storia: il monopolio Electa incombe, alias Mondadori, alias Don Silvio.
Immaginiamoci un turista cosa potrebbe immaginare vedendo il 90% circa dei libri di un bookshop prodotti dallo stesso editore...
Penserebbe che non esistono altri editori capaci di fare guide e cataloghi dei Beni Culturali?
O potrebbe pensare che c'è la mafia su questo mercato?


PS: il nuovo direttore Sylvain Bellenger ancora non si è visto. Almeno così mi ha riferito un custode.

mercoledì 2 settembre 2015

DOCENTI DEPORTATI

La notte di "Santa Assunta".
Ore 00.01.

Un sistema che si inceppava, con un algoritmo di cui non è dato sapere su quali parametri stabiliva a quanti chilometri sbattere qualcuno che per 15 anni o più ha insegnato come supplente la disciplina per cui ha studiato e ritrovarsi a 50 anni e più a tappare un buco.

Notte insonne per molti.
Perché evidentemente l'algoritmo era fatto per attutire le urla di disperazione e i pianti, nella notte.
Da soli, coi propri cari davanti a un monitor nel silenzio della notte.
Per evitare assembramenti di qualche comitato.
Perché si sa, gli assembramenti generano tempeste di idee e quelle possono diventare pericolose per qualsiasi sistema impositore. Anche per un algoritmo.
Perché il giorno dopo fosse già tutto smorzato con una rabbia ormai priva di potenza lasciando il posto a depressioni, lacrime, delusione…

Famiglie spaccate, trasferimenti, con mutui da pagare e fitti da pagarsi in altra città con uno stipendio misero per chi contribuisce a formare la spina dorsale di un Paese. L’oro vero di una civiltà normale.
Marito e moglie docenti precari a 400 o 800Km di distanza tra di loro. Perché l’algoritmo così ha “pensato”.
Moglie disoccupata a casa con genitori allettati e marito a 800Km di distanza che con circa 1.200,00 euro dovrà mangiare, pagare il mutuo, pagarsi il fitto, il fecciarossa nel fine settimana ecc. ecc.
L’algoritmo così ha “pensato”.
Ci saranno stragi in famiglia. L’equilibrio mentale sarà compromesso da situazioni di merda e non saranno pochi i casi di omicidio-suicidio.
L’algoritmo ha “pensato” anche ai risvolti sociali. Tranquilli.

Non sono deportati perché nessuna legge li obbligava a fare questa domanda.
Ma il terrorismo psicologico ha vinto.
L’assenza e l’incapacità dei sindacati hanno vinto.
L’incapacità della classe docente, precaria e non, nel compattarsi per boicottare in toto questa grande porcata, ha vinto.
La politica ignorante ha vinto.
La tecnica di disgregazione di massa ha vinto.
L’algoritmo aveva “pensato” a tutto.
L’algoritmo ha vinto.

La mia solidarietà a chi si è lanciato nel baratro toccando il fondo questa notte.
La mia solidarietà anche ai coraggiosi che hanno invece affrontato la strada del boicottaggio non compilando quella maledetta domanda-porcata.

Che Dio vi benedica tutti.


















lunedì 31 agosto 2015

IL PATRIMONIO CULTURALE SCOMPARE?

PATRIMONIO UNO:
Una quinta imbarcazione romana trovata durante i lavori della metro a P.zza Municipio.
Non tutti sanno che le altre stanno sotto sale da qualche parte a Piscinola (così mi disse il personale della metro all'inaugurazione della stazione Municipio).

PATRIMONIO DUE:
L'opera di Michal Rovner nella stazione Municipio della metro L1 sembra che sia ancora "spenta" per guasto ai proiettori. Solo pochi fortunati hanno avuto il tempo di vederla in funzione.

PATRIMONIO TRE:
Il monumento allo scugnizzo di Marino Mazzacurati è stato da anni smontato da P.zza Vittorio Emanuele III per lavori della Linea 6.
Lo rimetteranno al suo posto quando i lavori saranno finiti.
Così dicono. Sì, ma quando?

PATRIMONIO QUATTRO:
La Fontana del Gigante sita in via Partenope non ha tutti i suoi pezzi rispetto alla versione originale realizzata da Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino: i vari spostamenti che ha subìto da un punto all'altro della città avranno contribuito alla trafugazione da parte di qualche tombarolo dell'epoca.

PATRIMONIO CINQUE:
Sembra che l'archivio storico dell'ENEL (fondato nel 2008) si voglia trasferire fuori Napoli, fuori Campania e non ne ho ben compreso i motivi.

Solo quattro esempi per rendersi conto che a volte inventariare i Beni Culturali non basta. Occorrerebbe una tracciabilità trasparente, consultabile online e in tempo reale da chiunque. Perché è roba che ci appartiene consentirebbe di fare un po' di cassa a noi e non a depredatori, tombaroli, fanatici che adorano mostrare nel loro giardino un reperto storico.

sabato 29 agosto 2015

ANFITEATRO CAMPANO: PERCHÈ POCA AFFLUENZA?

Scarsa affluenza all'Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere.


Chiesi alla biglietteria quante presenze c'erano state a un'ora dalla chiusura: "un centinaio".
Non è questione di costo del biglietto (2,50 euro), ma credo sia una questione logistica.
Mancanza di promozione del luogo, collegamenti di trasporto pubblico con la Reggia di Caserta o altre località vicine di interesse storico-archeologico-culturale-paesaggistico.
Un patrimonio abbandonato un po' a se stesso che in Svizzera o in Francia lo spremerebbero all'osso per fare quattrini.

Eppure da tre anni c'è un bel bookshop con annessa ristorazione bio e nel museo dei Gladiatori vi sono reperti che manco il Colosseo ha.
Nei paraggi c'è un patrimonio dell'età del bronzo (il museo archeologico) che manco il MANN custodisce e una grandissima rarità: il Mitreo (ieri, 20 visite).
Ne vogliamo parlare?

martedì 25 agosto 2015

CRIMINALI DELLA CULTURA

Per favore, non scandalizziamoci di fronte alla distruzione di resti archeologici a Palmira e dintorni quando quel che si sta facendo in Italia nella massima legalità (trivellazioni, condoni, legge sul silenzio-assenso per costruire anche lì dove ci sono vincoli paesaggistici, eliminazione degli alberi nelle città, mancata messa in sicurezza delle zone a rischio frana, riforma dei Beni Culturali...) non è da meno.

Criminali dell'umanità sia gli uni che gli altri.
Imperdonabili.

sabato 22 agosto 2015

MUSEO NOVECENTO E IL SUO DESTINO

Museo Novecento.
San Martino.
Napoli.

Una chicca molto sconosciuta ai napoletani e ai turisti.
Se fossi uno dei donatori delle opere lì custodite, ritirerei la mia.


Relazione di un cittadino (me):


- All'ingresso di Castel Sant'Elmo non è evidenziata la presenza di questo museo che custodisce il meglio degli artisti campani dal 1910 al 1980.

- Fai il biglietto di 5,00 euro ma non viene detto che il biglietto vale sia per la passeggiata al castello che per il museo.

- Non è climatizzato, l'aria condizionata è guasta e immagino ciò quanto possa compromettere alcune opere.

- Puzza di scarpiera misto a fogna invade l'intero spazio.

- Le targhette didascaliche delle opere sono solo in italiano.

- Oggi un solo custode senza tesserino identificativo che faceva un po' di perlustrazione.

- Alcune targhette a terra, altre sulle stesse opere visto che si erano scollate.

- I dispenser delle schede esplicative in varie lingue non sono posizionati all'ingresso del museo ma quasi nascosti e non sono ben divisi per stanze e per lingue e le stesse schede sono mischiate tra di loro.

- L'illuminazione non valorizza le opere.

Se qualcuno conosce di persona Nicola Spinosa e Angela Tecce glielo dicesse.


LA RISPOSTA DI ANGELA TECCE:

Il mio ‘mi piace’ significa: molte cose sono vere, ma rimbocchiamoci le mani, i musei sono nostri!!!
Potrei dilungarmi in giustificazioni, purtroppo tutte inoppugnabili, per me Direttore di Castel Sant’Elmo, fino allo scorso giugno, per Mariella Utili nuovo Direttore del Polo Museale della Campania solo da marzo scorso e per la nuova direttrice di Sant’Elmo Annamaria Romano: le difficoltà amministrative in questo momento di trasformazione del nostro Ministero, le carenze di personale, di fondi e così via.
Preferisco invece rilanciare. Quanti sanno che Sant’Elmo nel 2014 è stato il museo più visitato a Napoli, dopo l’Archeologico (133267 visitatori!!!), che è giunta alla sua quinta edizione il premio per giovani artisti sotto i 35 anni, Un’opera per il castello, che assicura ogni anno la realizzazione di una nuova opera allo stato, che vi si tengono i giovedì contemporanei , incontri che hanno luogo da più di tre anni? (consultate le pagine facebook realizzate da giovani e valentissimi volontari!). Tra dicembre e febbraio scorsi si è tenuta Rewind, la mostra sugli anni ’80, grazie alla quale ora il museo è oggetto di un ampliamento con l’aumento del patrimonio esposto e nuovi ausili didattici. Cosa voglio dire? Che 900 a Napoli. Per un museo in progress titolo voluto da chi scrive e da Nicola Spinosa è la memoria storica della vita culturale della nostra città nel secolo scorso, è la traccia per capire le ragioni del presente, anche dei nuovi musei come il Madre. Quindi l’indignazione è giusta se diviene anche sostegno e impegno!!